Questa non è la storia di un telefono. È la storia di come la tecnologia è diventata un’arma geopolitica, di come un’azienda fondata da un ex militare cinese ha fatto tremare la Silicon Valley, e di come dalle ceneri di un ban commerciale è nato un brand che oggi compete con Samsung e Apple. È la storia di Huawei, degli Stati Uniti e della nascita di Honor.

Prologo: chi è Huawei

Ren Zhengfei fondò Huawei nel 1987 a Shenzhen, con un capitale iniziale di 21.000 yuan (circa 5.000 dollari dell’epoca). Ex ingegnere dell’Esercito Popolare di Liberazione, Ren voleva creare un’azienda capace di produrre centralini telefonici, allora importati dall’estero a costi proibitivi per la Cina in fase di modernizzazione.

In trent’anni, Huawei divenne un colosso globale con oltre 190.000 dipendenti in 170 paesi. Non solo smartphone: Huawei costruiva le infrastrutture di telecomunicazione di mezzo mondo – antenne, stazioni base, backbone in fibra ottica. Entro il 2018, era il maggior fornitore mondiale di apparecchiature per reti 5G, davanti a Ericsson e Nokia.

E qui iniziarono i problemi.

2018: i primi segnali

I servizi di intelligence americani nutrivano da tempo sospetti su Huawei. La preoccupazione centrale: essendo un’azienda cinese, Huawei potrebbe essere obbligata dalla Legge sull’Intelligence Nazionale cinese del 2017 a collaborare con i servizi segreti di Pechino, potenzialmente inserendo backdoor nelle infrastrutture di rete che forniva a mezzo mondo.

Huawei ha sempre negato qualsiasi forma di spionaggio o controllo governativo. Ma i sospetti bastarono per mettere in moto la macchina politica.

Nel gennaio 2018, Verizon rinunciò a vendere il Huawei Mate 10 negli USA, dopo che AT&T aveva fatto marcia indietro su un accordo analogo. A febbraio, i direttori di sei agenzie di intelligence americane – FBI, CIA, NSA, DIA e altre – testimoniarono davanti al Senato sconsigliando l’uso di prodotti Huawei e ZTE da parte dei cittadini americani.

Ad agosto 2018, il presidente Trump firmò il National Defense Authorization Act (NDAA), che vietava a tutte le agenzie governative statunitensi di acquistare apparecchiature da Huawei e ZTE. Il cerchio iniziava a stringersi.

Maggio 2019: il colpo mortale

Il 15 maggio 2019 è una data che ha cambiato l’industria tecnologica mondiale. Trump firmò l’Executive Order 13873, che proibiva l’acquisto di tecnologie ICT da entità controllate da “avversari stranieri”. Lo stesso giorno, il Dipartimento del Commercio aggiunse Huawei e 68 delle sue affiliate alla Entity List – la lista nera commerciale americana.

Le conseguenze furono immediate e devastanti:

In un colpo solo, Huawei perse l’accesso al software più utilizzato del pianeta e alla catena di produzione dei propri processori. Il CEO Ren Zhengfei stimò un danno di 30 miliardi di dollari in due anni e parlò di “battaglia per la vita o la morte”.

L’impatto sui consumatori: telefoni senza Google

Per gli utenti europei e internazionali, l’effetto fu immediato e concreto. I nuovi Huawei – inclusi flagship eccellenti dal punto di vista hardware come il Mate 30 Pro e il P40 Pro – arrivavano nei negozi senza:

Huawei tentò di creare un ecosistema alternativo con l’AppGallery e i Huawei Mobile Services (HMS), ma senza le app che gli utenti occidentali usano quotidianamente, le vendite fuori dalla Cina crollarono. Nel mercato europeo, Huawei passò da una quota del 20% (secondo trimestre 2019) a meno del 4% in pochi trimestri.

Per noi riparatori, questo ebbe un effetto paradossale: i telefoni Huawei con Google (P30, P20, Mate 20) divennero improvvisamente più preziosi, e i clienti volevano tenerli in vita il più a lungo possibile tramite riparazioni.

HarmonyOS: il piano B che era in cantiere dal 2012

Tre mesi dopo il ban, nell’agosto 2019, Huawei presentò ufficialmente HarmonyOS, un sistema operativo sviluppato internamente. L’azienda rivelò che il progetto era attivo dal 2012 – sette anni prima del ban. Una coincidenza? Molti analisti credono che Huawei si stesse già preparando allo scenario peggiore.

HarmonyOS non era pensato come un semplice clone di Android. La visione era più ambiziosa: un sistema operativo distribuito, capace di funzionare su smartphone, tablet, smart TV, automobili, dispositivi IoT e wearable, con un’architettura microkernel progettata per essere più sicura e leggera del kernel Linux/Android.

Le prime versioni di HarmonyOS usavano ancora componenti derivati da Android (AOSP), ma nel 2024 arrivò HarmonyOS NEXT – la versione “puro sangue”, completamente indipendente da Android. Un’impresa tecnica colossale: creare un sistema operativo da zero, con il proprio kernel, i propri framework e un ecosistema di app costruito da zero.

La nascita di Honor: il figlio che doveva salvarsi

Honor era nato nel 2013 come sub-brand di Huawei, dedicato alla fascia media e ai giovani. Telefoni con buon hardware a prezzi aggressivi, venduti principalmente online. Un successo enorme che aveva contribuito a fare di Huawei il secondo produttore mondiale di smartphone nel 2019.

Ma le sanzioni americane colpivano Huawei e tutte le sue controllate. Honor, in quanto sussidiaria al 100%, era nella lista nera esattamente come la casa madre. E questo significava niente chip, niente Google, niente futuro fuori dalla Cina.

La soluzione fu dolorosa ma strategica. Il 17 novembre 2020, Huawei annunciò la vendita completa di Honor a un consorzio chiamato Shenzhen Zhixin New Information Technology Co., formato da oltre 30 aziende cinesi legate alla distribuzione di Honor, con il sostegno del governo di Shenzhen. L’operazione fu valutata circa 15 miliardi di dollari.

Le condizioni della separazione erano totali:

L’obiettivo era chiaro: rendere Honor un’entità completamente indipendente da Huawei, in modo che non fosse più soggetta alle sanzioni americane. Era una scommessa: Honor avrebbe perso l’accesso alla R&D di Huawei, ma avrebbe riacquistato l’accesso a Google, Qualcomm, e l’intero ecosistema tecnologico occidentale.

Honor rinasce: il ritorno di Google e la scalata al premium

La scommessa funzionò. Nel giugno 2021, Honor confermò il ritorno dei Google Mobile Services sui propri dispositivi. L’Honor 50, lanciato a fine 2021, fu il primo smartphone del brand a uscire a livello globale con Google Play Store dopo la separazione.

Ma Honor non si limitò a tornare: puntò in alto. La serie Magic divenne il veicolo per competere nel segmento premium:

Il DNA ingegneristico di Huawei era evidente in ogni prodotto Honor: qualità costruttiva, fotocamere eccellenti, gestione dell’energia superiore. Ma ora con Google a bordo.

Il ritorno di Huawei: il Mate 60 Pro e il chip “impossibile”

Nel frattempo, Huawei non era rimasta ferma. Nell’agosto 2023, durante una visita ufficiale della Segretaria al Commercio USA Gina Raimondo in Cina (il tempismo non fu casuale), Huawei lanciò silenziosamente il Mate 60 Pro.

L’analisi del dispositivo rivelò una sorpresa che scosse l’industria: il Mate 60 Pro era equipaggiato con il Kirin 9000s, un processore 5G a 7 nanometri prodotto dalla cinese SMIC. Le sanzioni americane avevano l’obiettivo di bloccare la Cina al nodo di processo a 14nm, lasciandola un decennio indietro. Invece, Huawei e SMIC erano riuscite a produrre un chip a 7nm – soli quattro anni dietro i leader mondiali.

Fu uno shock geopolitico. Il messaggio era chiaro: le sanzioni avevano rallentato Huawei, ma non l’avevano fermata. Anzi, avevano accelerato lo sviluppo tecnologico autonomo della Cina, esattamente l’opposto dell’effetto desiderato.

2025-2026: il panorama attuale

Oggi il panorama è affascinante nella sua complessità:

Huawei: dominante in Cina, assente in Occidente

Honor: il figlio che ha superato il padre (fuori casa)

HarmonyOS NEXT: il terzo sistema operativo

Lezioni da questa storia

La vicenda Huawei-USA-Honor insegna diverse cose:

  1. La tecnologia è geopolitica – Un’azienda tecnologica può essere un’arma strategica quanto un esercito. Il controllo delle infrastrutture 5G, dei processori e dei sistemi operativi è una forma di potere.
  2. Le sanzioni hanno effetti collaterali – L’obiettivo era fermare Huawei e la Cina. Il risultato è stato accelerare la corsa cinese all’autosufficienza tecnologica. Come scrisse l’ITIF (Information Technology and Innovation Foundation): le sanzioni “hanno aiutato Huawei e danneggiato le aziende americane”.
  3. L’adattamento è tutto – Huawei ha perso Google e ha creato HarmonyOS. Ha perso TSMC e ha sviluppato chip con SMIC. Ha perso Honor e si è concentrata sul mercato domestico. Ogni colpo ha generato una risposta.
  4. Il consumatore paga il prezzo – Milioni di possessori di Huawei si sono trovati con telefoni senza aggiornamenti e senza servizi Google dall’oggi al domani, per decisioni prese a Washington e Pechino.

Cosa significa per chi ripara

Per noi tecnici, la saga Huawei-Honor ha avuto conseguenze concrete:

La storia di Huawei e Honor è una delle più affascinanti dell’era digitale. Dimostra che la tecnologia non esiste in un vuoto: è plasmata da politica, economia e rapporti di forza tra nazioni. E al centro di tutto, come sempre, ci sono le persone e i loro dispositivi. Da RiparaTa.it ripariamo sia Huawei che Honor, con la stessa cura e professionalità. Contattaci per qualsiasi problema con il tuo dispositivo.